L’evoluzione della teoria pulsionale di S. Freud
La teoria pulsionale rappresenta uno dei punti fondamentali della psicoanalisi. Le pulsioni costituiscono la base del comportamento umano. Il termine compare per la prima volta nel 1905 nei “Tre saggi sulla teoria sessuale” ma la sua origine risiede nella distinzione che Freud opera tra i due tipi di eccitazione (interna ed esterna) ai quali l’organismo è sottoposto. Freud utilizza il termine “trieb” (spingere) distinguendolo da “instinkt” (istinto e tendenza).
Le pulsioni sono rappresentazioni psicologiche innate che producono uno stato di eccitazione (psichica) che inducono alla ricerca della scarica energetica attraverso un oggetto (parziale o totale), scaturiscono da una sorgente al limite tra il somatico e lo psichico e sono conoscibili solo attraverso le loro rappresentazioni.
La teoria delle pulsioni è stata concepita da Freud un senso dualistico, distinse (fino al 1911) pulsioni dell’Io o di autoconservazione dell’individuo (fame, sete ecc.) e pulsioni sessuali o libidiche, tendenti alla conservazione della specie. Tale distinzione corrispondeva al conflitto tra forze psichiche consce (Io) ed inconsce. Le pulsioni dell’Io volte all’autoconservazione, sono forze rimuoventi, mentre quelli sessuali sono quelle rimosse che cercano di raggiungere un soddisfacimento. In tal senso la libido, talvolta, può prendere come oggetto sia la persona stessa (libido dell’Io o narcisistica) che un oggetto esterno (libido d’oggetto).
In Pulsioni e loro destini (1915) Freud da una definizione generale della pulsione analizzando quattro elementi: a) fonte, cioè una parte del corpo da cui ha origine l’eccitazione; b) una spinta, cioè la dose di eccitazione più o meno grande e più o meno soddisfabile; c) meta cioè la possibilità di scaricare la tensione con qualche attività; d) oggetto quella parte della realtà mediante la quale la scarica è possibile (può essere anche una parte del corpo ad es. il seno quindi oggetto parziale).
Successivamente, in Al di là del principio di paciere (1920) rimaneggiò la teoria delle pulsioni (vi incluse anche le pulsioni aggressive) classificandole in due categorie generali: pulsioni di vita e pulsione di morte, inoltre modificò la collocazione delle pulsioni nel conflitto, poiché l’Es è il serbatoio di dei due tipi di pulsioni, l’energia utilizzata dell’Io è presa da questo fondo comune come energia desessualizzata e sublimata (La Plance, Pontalis).
Le pulsioni di vita rispondono ancora allo scopo della conservazione dell’individuo e nel protrarsi della specie, ne fanno parte la fame, la sete, l’istinto sessuale, la libido narcisistica e oggettuale.
Le pulsioni di morte prendono spunto dal principio di costanza secondo cui ogni organismo tende a ritornare alla stabilità inorganica primordiale. La meta della vita sarebbe la morte e il desiderio di morire esprime proprio questa tendenza. Entrambe sono conservatrici in quanto tendono a ristabilire uno stato anteriore.
La proiezione della pulsione di morte autodistruttiva verso gli altri è causata dalle tendenze distruttive, un soggetto ha impulsi distruttivi perché il suo desiderio di morire e frenato dall’istinto di vita. L’istinto di morte e diventato parte integrante della teoria di Melanie Klein la quale lo ha ampliato e sistematizzato.
Bibliografia
S. Freud, Pulsioni e loro destini, 1915 OSF vol. 8
S. Freud, Tre saggi sulla sessualità, 1905 OSF vol. 5
S. Freud, Introduzione alla psicoanalisi (nuova serie di lezioni), 1933 OSF vol. 11
S. Freud, Compendio di psicoanalisi, 1938 OSF vol. 11
Laplanche Pontaiis, Enciclopedia della Psicoanalisi 1993 ed. Laterza Bari